La Macchina e il Custode

Roma, 4 agosto 2026

Circolare informativa 17/2026
(a cura di Aldo Filippini)

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LA MACCHINA E IL CUSTODE

Intelligenza artificiale, lavoro e responsabilità nel tempo dei passaggi generazionali

In una città della Cina meridionale, nel Guangdong, un albergo si prepara ad aprire i battenti senza la mano dell’uomo: alla reception ci saranno robot umanoidi, i bagagli saliranno alle stanze su ruote silenziose, la cena arriverà da una cucina gestita interamente da algoritmi e interazioni con altri robot. No, non è Isaac Asimov e nemmeno Robert A. Heinlein, si tratta della Reuters[1], e la notizia ci arriva come una cartolina spedita dal futuro, ma si tratta del presente.

Altro clip, un piccolo studio di ragioniere di una piccola città, forse italiana, non ha importanza: una collaboratrice che da vent’anni inserisce fatture solleva lo sguardo dallo schermo. Fa lo stesso lavoro di ieri, ma ha compreso che quel lavoro, presto, non servirà più.

La stessa tecnologia che promette di liberarci dalla fatica ripetitiva minaccia di lasciare a terra chi quella fatica la faceva.

Inattesa, su questo sottile crinale del pensiero, si è levata una voce altissima: Papa Leone XIV nella recente enciclica[2] sull’intelligenza artificiale ha riportato la questione al suo centro di gravità — l’uomo.

Ancora più sorprendente è stato ascoltare, in sintonia con quel richiamo, la voce di Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic, tra i costruttori stessi di questi sistemi: segno che, quando la posta in gioco è davvero alta, il pastore e l’ingegnere possono guardare nella stessa direzione.

Questa circolare nasce da quello stupore.

Non si vuole qui offrire soluzioni a problemi di scala planetaria, è ovvio. Piuttosto, riflettere sul fatto che l’intelligenza artificiale è sì una straordinaria opportunità per il progresso dell’uomo, ma che la sua potenza moltiplica la responsabilità di chi la governa.

  • Una nuova questione sociale

Da Rerum Novarum a «Magnifica Humanitas»: la storia si ripete a un ritmo diverso

Quando, nel 1891, Leone XIII pubblicò la Rerum Novarum, la macchina a vapore aveva già ridisegnato il mondo: aveva riempito le città, svuotato le campagne, creato una classe operaia e, con essa, una «questione sociale» che la Chiesa non volle lasciare al solo mercato né alla sola rivoluzione. Oltre un secolo dopo, un altro Leone — XIV — coglie nell’intelligenza artificiale la nuova questione sociale.

E non è un caso che abbia scelto, per la sua prima grande enciclica, un nome che evoca quella tradizione.

La differenza sta nel ritmo: allora la trasformazione impiegò due generazioni a compiersi, oggi rischia di compiersi in due lustri, forse meno.

Il tempo per pensare si è fatto più breve, ma la posta in gioco non è mai stata così alta: non solo la dignità di chi lavora, ma la stessa sopravvivenza dell’umanità.

«Uno strumento del genio umano»: l’IA non ha un’anima, ha dei responsabili

Il magistero di Leone XIV è netto su un punto che ha conseguenze giuridiche precise: l’intelligenza artificiale è uno strumento, «prodotto del genio umano», non un soggetto dotato di diritti o di volontà propria. La sua forza etica — ammonisce il Papa — deriva interamente dalle intenzioni di chi la progetta, di chi la acquista e di chi la utilizza.

Con poche parole il Pontefice smonta l’alibi più insidioso della nostra epoca: quello di nascondersi dietro l’algoritmo. La macchina non decide: decide sempre qualcuno, e quel qualcuno ha un nome, un volto e una responsabilità.

Come l’amministratore risponde delle scelte della società, così chi introduce l’IA nel proprio lavoro risponde di come la usa.

Disarmare la tecnica: potenza, concentrazione e il rischio di poche mani

«Disarmare» l’intelligenza artificiale….. l’espressione usata da Papa Leone XIV colpisce.

Essa sottolinea la necessità di sottrarre l’IA alle logiche di dominio, manipolazione e controllo per orientarla alla cooperazione e alla comunione tra le persone.

Il pericolo altrimenti è concreto: una tecnologia la cui potenza già oggi è difficilmente concepibile, se controllata da «una manciata di aziende», potrebbe portare nel migliore dei casi ad uno squilibrio informativo a danno dei più deboli e nel peggiore… (i puntini sono intenzionali)

Preoccupazione che, sorprendentemente e fortunatamente, è condivisa anche da alcuni dei massimi protagonisti della frontiera tecnologica.

Il filo che unisce il Papa e gli ingegneri di frontiera

Che un pontefice e un cofondatore di una delle grandi società di IA possano allarmarsi per le stesse ragioni dovrebbe farci riflettere seriamente.

Dovrebbe farci riflettere seriamente oggi.

E spronarci ad agire.

Se gli stessi soggetti che realizzano questi sistemi parlano apertamente del rischio di «catastrofi» sistemiche se lo sviluppo non sarà governato con serietà e norme adeguate, la conseguenza è allo stesso tempo molto semplice e molto impegnativa: non siamo spettatori.

Siamo capofiliera.

Siamo noi a scegliere i fornitori e le tecnologie, a stabilire quali attività affidare alla macchina e quali custodire per la mano e il giudizio dell’uomo, a disegnare i processi in cui l’algoritmo entra nel lavoro quotidiano. E siamo sempre noi a decidere dove e come l’IA toccherà la vita concreta delle persone: quella dei nostri collaboratori, di cui orientiamo il futuro professionale, e quella dei clienti, di cui trattiamo dati, storie e fiducia. In ognuna di queste scelte — apparentemente tecniche, in realtà profondamente umane — si esercita, o si abdica, la nostra responsabilità.

  • Discernere, accompagnare, responsabilizzare: la bussola per chi guida

Discernere: dove l’IA crea valore e dove svuota il lavoro di senso

La prima virtù, in tempi di abbondanza tecnologica, è il discernimento[3].

Non tutto ciò che si può automatizzare merita di esserlo, e non tutto ciò che resta umano è per ciò stesso inefficiente.

Discernere significa distinguere, caso per caso, dove la macchina libera tempo prezioso — quello sottratto alla ripetizione — e dove invece rischia di svuotare il lavoro del suo senso, riducendo la persona a semplice sorvegliante di un processo che non comprende più.

“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”[4] Se per Dante il discernimento non era talento da animali, men che mai lo può essere di un algoritmo.

Accompagnare: la riqualificazione come dovere, non come cortesia

Ora, l’IA libera tempo e margini, non c’è alcun dubbio.  La domanda etica diventa quindi: come reinvestiamo quei margini nelle persone?

Alla luce dell’insegnamento di Leone XIV, accompagnare i lavoratori nei passaggi professionali non è un gesto di generosità facoltativa, ma un vero e proprio dovere.

Non basta «non fare danni»: occorre farsi carico attivamente della transizione, costruire percorsi, dare un orizzonte. Tenere una persona a svolgere un compito che non serve più non è pietà, è illusione; abbandonarla è ingiustizia.

La terza via — seguendo virtute e canoscenza — è la riqualificazione.

Responsabilizzare: dietro ogni algoritmo deve restare un volto

Il terzo verbo, responsabilizzare, chiude il cerchio. In tutte le scelte che toccano le persone — assunzioni, licenziamenti, valutazioni, accesso al credito, servizi essenziali — è importante che resti sempre riconoscibile un decisore umano, responsabile e raggiungibile.

L’IA può istruire la pratica, non firmare la sentenza: mantenere una traccia decisionale umana, soprattutto nelle materie più sensibili è garanzia che la responsabilità non evapori nel codice informatico.

  • Tre storie dal mondo che cambia

Lo studio contabile: dall’inserimento dei dati alla lettura dei numeri

 Cominciamo da casa nostra: l’intelligenza artificiale, e prima ancora l’informatica, hanno ridotto moltissimo i tempi della pura elaborazione dei dati. I più anziani di coloro che mi leggono si ricorderanno della contabilità tenuta a mano. Tuttavia, il fatto che oggi si possa prendere un pacco di fatture, scansionarle e ottenere le relative registrazioni contabili in pochi minuti non vuol dire, purtroppo e per assurdo, che gestire la contabilità di un’impresa sia diventato più semplice o veloce.

È vero il contrario.

E gli imprenditori ne sono consapevoli quanto i contabili.

Gli adempimenti richiesti dal sistema tributario si sono moltiplicati a dismisura, e con essi la responsabilità che grava sulle imprese e la responsabilità di conformità che grava sullo studio: scadenze, comunicazioni, controlli incrociati, compliance, privacy, sicurezza, obblighi in continuo mutamento e ampliamento.

Mai come oggi, pur con tutte le automazioni e le semplificazioni, seguire correttamente la contabilità e amministrazione di una azienda richiede tanto lavoro, tanta competenza e tanta attenzione.

Il “mestiere” non si è alleggerito: si è spostato il baricentro, dalla materiale digitazione al governo di una complessità normativa senza precedenti.

Dal dato al senso: un valore nuovo per il cliente

Ed è qui che si apre l’opportunità più interessante, per gli studi contabili e per chi ad essi si affida. Le energie che la tecnologia libera dalla pura registrazione non si traducono in meno lavoro, ma in un lavoro di qualità più alta, che si può finalmente dedicare alle imprese: analizzare i numeri invece di limitarsi a produrli, prevenire i problemi anziché rincorrerli, offrire visione e strumenti di governance.

In concreto, ciò significa che quel collaboratore che per anni ha inserito fatture sta diventando, con un percorso graduale di crescita, l’interlocutore che prepara cruscotti mensili, coglie in anticipo un’anomalia di cassa, siede al tavolo dell’imprenditore portando interpretazioni e proposte.

Lo studio legale e fiscale: i giovani non sono manodopera, sono i registi di domani

Il secondo caso è più delicato, perché tocca chi si affaccia alla professione. Nella ricerca giuridica, nella redazione delle prime bozze di pareri, contratti e memorie, l’IA generativa comprime in pochi minuti ciò che ieri occupava i giovani per giorni. Salta così, di colpo, il vecchio modello «a scala», per cui si cresceva facendo per anni il lavoro di base. La tentazione — comoda e miope — sarebbe fare a meno dei praticanti. Ma bruciare una generazione di giovani professionisti perché la macchina consente di risparmiarli significherebbe usare l’IA contro la dignità delle persone e, insieme, contro il futuro stesso delle professioni.

Dal «cerca giurisprudenza» al governo del flusso

La strada non è la sostituzione, ma la promozione. Se fino a ieri si chiedeva al praticante di «cercare la giurisprudenza» e di «fare la prima bozza», domani gli si potrà chiedere qualcosa di più qualificato: progettare e supervisionare il flusso di lavoro con l’IA. Definire il perimetro della ricerca, validare criticamente le fonti che la macchina propone, difendere la riservatezza del cliente, cogliere le distorsioni e le allucinazioni, adattare il testo al contesto umano di chi ha di fronte. Meno tempo sulla raccolta e sulla formattazione, più tempo sulla strategia e sulla relazione.

I giovani professionisti di Studio, insomma, da manovali diventano aiuto registi.

Il rischio nascosto: che fine fa il «saper pensare»?

C’è tuttavia un aspetto delicato. Nel vecchio modello «a scala», il giovane imparava proprio facendo: nelle lunghe ore di ricerca e nella stesura faticosa delle bozze si imparava a collegare documenti e informazioni, ad andare in profondità nei concetti, a far maturare le idee, a costruire soluzioni. E, scrivendo, si imparava a scrivere. Se la macchina prende su di sé la ricerca e la prima stesura, queste competenze non si formeranno più, resteranno per pochi decenni patrimonio dei colleghi anziani per poi perdersi.

È un rischio elevato e di certo non limitato agli studi professionali.

Un tentativo di risposta è sotto i vostri occhi: quello che state leggendo è stato redatto dall’IA.

Tuttavia.

Tuttavia, l’essere umano ha riletto, corretto, cambiato una parola, creato enfasi, eliminato una ingenuità, sistemato una frase, aggiunto un concetto.

La palestra esiste ancora, sono solo cambiati alcuni attrezzi.

Questa potrebbe essere una delle sfide più difficili: evitare di accontentarsi del prodotto generato dall’IA ma usare la propria fantasia, esperienza, sensibilità per adattarlo e migliorarlo.

E’ un tema aperto. Navighiamo per rotte inesplorate….

L’albergo dei robot: quando la relazione diventa il bene raro

Torniamo alla cartolina dal futuro. Gli alberghi cinesi a gestione robotizzata — dal pioniere FlyZoo di Alibaba fino al nuovo progetto interamente automatizzato annunciato nel Guangdong — non sono un esercizio di stile: sono un laboratorio. Reception, trasporto bagagli, pulizie, ristorazione, tutto affidato a robot coordinati da un sistema centrale. Se un intero albergo può funzionare quasi senza personale, l’impatto sull’occupazione può essere enorme. Ma proprio qui il ragionamento si fa più ampio: perché in questo scenario la responsabilità non è più soltanto dell’imprenditore che riqualifica i suoi, ma anche — e soprattutto — dei governi, chiamati a politiche attive, formazione e reti di protezione all’altezza dell’epoca.

Ciò che nessuna macchina restituisce

Resta una domanda che l’efficienza non sa porre: che cosa perde il cliente quando nessuno lo accoglie? Che cosa perde il territorio quando l’ospitalità cessa di essere un incontro tra persone? L’albergo dei robot ci interroga oggi su ciò che vogliamo continuare a considerare prezioso: lo sguardo, la cura, la parola detta al momento giusto. Sono beni che nessuna macchina, per quanto sofisticata, sa restituire — e che, paradossalmente, l’automazione rende più rari e dunque più preziosi. Anche in albergo, insomma, il futuro del lavoro umano non sta nel competere con il robot sulla velocità, ma nel presidiare ciò che al robot resta precluso: la relazione.

I tre casi a confronto: dal ruolo di oggi al mestiere di domani

Contesto

Ruolo oggi (a rischio)

Il mestiere di domani

Competenze da costruire

Studio contabile

Addetto all’inserimento dati contabili

Referente dati e supporto gestionale al cliente

Fondamentali di bilancio, analisi e BI, comunicazione

Studio legale e fiscale

Praticante addetto a ricerca e prime bozze

Regista del flusso di lavoro con l’IA

Prompting giuridico, validazione critica, relazione col cliente

Albergo

Addetto al front-office e accoglienza

Presidio della relazione e dell’esperienza

Customer experience, supervisione dei sistemi, cura dell’ospite

  • Cosa possiamo fare

Prima ancora di ogni tecnicismo — che affronteremo nel dettaglio nella prossima circolare — vale la pena fissare la direzione. Sono quattro cantieri, che qui accenniamo soltanto.

Mappare, formare, misurare

Il punto di partenza è uno sguardo onesto sul proprio studio o sulla propria azienda: quali mansioni saranno assorbite dall’automazione, quali competenze sono trasferibili, con quali percorsi e in quali tempi. Una metodologia minima — mappare, formare, misurare — vale più di mille buoni propositi.

Gli strumenti a disposizione

Nessuno è chiamato a fare tutto da solo. Esistono già fondi interprofessionali, voucher per la formazione continua e comunità professionali che offrono sostegno concreto alla riqualificazione. Conoscerli e usarli è parte della responsabilità di chi guida.

Una «policy IA» dello studio o dell’impresa

Dignità, trasparenza, proporzionalità, responsabilità: quattro princìpi possono diventare la spina dorsale di una policy interna sull’uso dell’IA — che dica, nero su bianco, quali dati si trattano, quali decisioni non si delegano mai alla macchina, chi ne risponde.

Il passaggio generazionale come occasione

Per le imprese di famiglia, il ricambio tra le generazioni è il momento propizio per «ricalibrare» l’uso dell’IA in chiave di bene comune. I patti di famiglia, gli statuti, i regolamenti di gruppo possono accogliere, fin d’ora, princìpi chiari sulla strategia digitale del gruppo.

A questi cantieri — con mappature, strumenti operativi, riferimenti utili e una bozza di policy — dedicheremo alcune delle nostre prossime circolari.

  • La parte che non dipende da noi (ma possiamo dare una mano)

La responsabilità dei governi

Sarebbe ingenuo pensare che il singolo imprenditore possa reggere da solo il peso di una trasformazione epocale. La riconversione di interi comparti — si pensi al front-office alberghiero o ai servizi ripetitivi — chiama in causa i governi: politiche attive del lavoro, formazione finanziata, ammortizzatori che accompagnino le transizioni senza spezzare le vite. È un processo lungo, difficile, ma inevitabile: e se ben governato, può condurre non a un impoverimento, ma a un salto di qualità del lavoro.

La responsabilità di chi costruisce l’IA

All’altro estremo della filiera stanno i costruttori. Su di loro pesa la responsabilità più grande, perché un errore di direzione, alla scala di questi sistemi, può avere conseguenze planetarie. Che siano gli stessi sviluppatori a evocare il rischio di «catastrofi» è, insieme, un allarme e una speranza: significa che la consapevolezza esiste, e che una giusta direzione — fatta di prudenza, trasparenza e regole — può trasformare la minaccia in un progresso senza precedenti.

La nostra parte

E poi c’è la nostra parte. Non governiamo i grandi modelli, non scriviamo le leggi nazionali. Ma decidiamo, ogni giorno, come l’IA entra nel nostro studio e nella nostra impresa: quali strumenti scegliere, quali processi ridisegnare, quali persone accompagnare e verso dove. È una parte piccola sulla scala del mondo, ma decisiva sulla scala delle persone che abbiamo intorno.

E le persone, in fondo, sono l’unica scala che conta davvero.

§ § § § § §

Non esitate a contattarci per qualsiasi approfondimento.

Cordiali saluti,

Aldo Filippini

La presente circolare è frutto di una collaborazione tra intelligenza artificiale e competenza umana, con revisione e cura editoriale di Aldo Filippini.

[1] https://www.reuters.com/article/technology/at-alibabas-futuristic-hotel-robots-deliver-towels-and-mix-cocktails-idUSKCN1PG210/

[2]  Il testo completo dell’Enciclica Magnifica Humanitas è scaricabile a questo link

[3] “L’intelletto che non riesce a distinguere chiaramente il giusto dall’ingiusto, e il dovere morale da ciò che è proibito… quell’intelletto è confuso e nell’oscurità” Bhagavad Gita (18.30) Già millenni fa la Gita ricordava che il vero intelletto è quello che sa distinguere ‘l’azione corretta da quella errata, ciò che va fatto da ciò che va evitato’. Questo discernimento profondo non nasce da un algoritmo predittivo, ma dalla coscienza umana, l’unica forza capace di guidare l’uso della tecnologia verso il bene comune.

[4] Dante Alighieri (Inferno, Canto XXVI, versi 119-120)

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