Non è mai Troppo Tardi

Roma, 29 settembre 2026

Circolare informativa 20/2026
(a cura di Aldo Filippini)

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Non è mai Troppo Tardi

Primo giorno di scuola

Ovvero: perché quest’anno torniamo tutti in prima elementare

Settembre. Le cartolerie vengono prese d’assalto, i genitori fotografano i figli davanti al portone con uno zaino più grande di loro, e i bambini di sei anni scoprono che la vita, fino a quel momento, era stata una lunga ricreazione.

Quest’anno, nella fila davanti al portone, c’è qualcuno più alto del solito. Porta la cravatta, al posto dello zaino ha una borsa di pelle, in tasca un’agenda piena di scadenze. Si guarda intorno con l’aria di chi ha sbagliato indirizzo.

Non l’ha sbagliato.

Sono io.

E, se permettete, ci siete anche voi, un po’ spaesati come me[1], a fingere di accompagnare un nipote.

Questa circolare si prende una pausa dal percorso che stiamo facendo insieme sull’intelligenza artificiale in azienda — mappe, processi, responsabilità — e prova a guardare la faccenda da un’altra finestra: quella dell’aula. Perché l’intelligenza artificiale, più che un programma da installare, è un alfabeto da imparare. E con gli alfabeti, da cinquemila anni, va sempre allo stesso modo.

  • All’inizio c’era la birra

Il primo nome proprio della storia dell’umanità non appartiene a un re, a un profeta o a un poeta. Appartiene, con ogni probabilità, a un contabile.

Si chiamava Kushim e lavorava a Uruk, in Mesopotamia, intorno al 3200 avanti Cristo; gli studiosi non escludono che fosse un ufficio intero anziché una persona, il che lo renderebbe ancora più simile a certi nostri interlocutori. Il suo nome compare su una ventina di tavolette d’argilla che registrano orzo, malto e birra. Una di queste dice, più o meno: «28.086 misure d’orzo, 37 mesi, Kushim»[2]. Niente dèi, niente eroi. Un rendiconto.

Prima la lista della spesa, poi la poesia 

Nella nostra categoria di ragiunatt lo ricordiamo con un certo orgoglio: la scrittura l’hanno inventata quelli come noi, per tenere il conto delle razioni di birra. Per la prima grande opera letteraria, l’epopea di Gilgamesh, bisognerà aspettare più di mille anni.

Prima la lista della spesa, poi la poesia. Le priorità sono quelle dall’inizio della storia e, per quanto io adori la poesia, mi meraviglierei del contrario.

  • Le aste

Chi è andato a scuola prima dei personal computer ricorda la prima settimana di prima elementare: pagine intere di aste. Aste dritte, aste storte, aste che scendevano sotto il rigo come se avessero fretta di tornare a casa. Poi i tondi. Poi, finalmente, la prima vocale.

Le nostre aste non erano belle e i tondi sembravano delle patate; ma servivano a educare la mano.

Con l’intelligenza artificiale succede lo stesso. La prima domanda che moltissimi le rivolgono è «ma tu chi sei?», e la risposta arriva così lunga ed educata che viene voglia di scusarsi per il disturbo. Poi si comincia a chiederle la ricetta con quello che è rimasto nel frigorifero, la traduzione della mail di un fornitore tedesco, il riassunto di un documento di trenta pagine che non si aveva nessuna voglia di leggere.

Sono aste (sì sì, sono ancora aste, e pure un po’ storte), ma vanno benissimo.

C’è una sola differenza fra noi e i bambini di sei anni, e non gioca a nostro favore: loro non si vergognano di sbagliare. Un adulto che scrive una domanda goffa a una macchina si guarda intorno per controllare che nessuno lo stia vedendo. È lo stesso pudore che teneva certi nostri nonni lontani dalla lavagna, e costa esattamente quanto costava a loro.

  • La grammatica, ovvero «veniamo noi con questa mia»

Poi arriva la grammatica, e con la grammatica i primi dolori.

La lettera più famosa del nostro cinema la detta Totò a Peppino per la «malafemmina»[3]. Ci sono tutte le parole, nessuna al posto giusto, e la punteggiatura viene distribuita a manciate, come il sale sulla pasta: punto, due punti… abbondiamo.

Eh già, non ce ne accorgiamo ma molte delle domande che rivolgiamo all’intelligenza artificiale somigliano a quella lettera. «Fammi una relazione sul cliente Rossi. Fatta bene.» Poi ci si lamenta che il risultato sia generico, e si conclude che la macchina, in fondo, tanto intelligente non è.

Il neolaureato al primo giorno

La macchina, in realtà, si trova nella posizione di un neolaureato brillantissimo al primo giorno di tirocinio: ha letto tutto, sa moltissimo, e non ha la minima idea di chi sia il cliente Rossi. A un collaboratore nuovo nessuno direbbe «fammi una cosa». Gli si spiega chi leggerà il lavoro, a che cosa serve, quanto deve essere lungo; magari gli si mostra la relazione dell’anno scorso come esempio, e gli si dice che cosa assolutamente evitare.

Con l’intelligenza artificiale la grammatica è la stessa. E la buona notizia è che la conosciamo già: l’abbiamo imparata spiegando le cose ai colleghi, ai figli, ai clienti. Si tratta soltanto di ricordarsi di usarla anche quando dall’altra parte non c’è una persona.

  • La matita rossa e blu

Le maestre di una volta avevano una matita a due punte. Il rosso per gli errori veniali: l’accento dimenticato, la doppia di troppo. Il blu per quelli gravi, che facevano scendere il voto e salire la pressione dei genitori.

L’intelligenza artificiale commette errori di entrambi i colori. Il guaio è che li scrive con una calligrafia perfetta.

Errori di entrambi i colori, in bella calligrafia

Nel 2023 un avvocato di New York depositò in tribunale una memoria che citava sei sentenze. Le aveva trovate con ChatGPT. Erano scritte benissimo, con numeri di ruolo, nomi delle parti, perfino brani citati fra virgolette. Non esistevano. Quando l’avvocato, colto da un dubbio tardivo, chiese alla macchina se quelle sentenze fossero vere, la macchina rispose di sì, con la sicurezza del bambino che giura che il quaderno l’ha mangiato il cane. Il giudice federale prese la matita blu: cinquemila dollari di sanzione[4].

La lezione è quella del compito copiato dal compagno di banco: la maestra se ne accorgeva sempre, perché gli errori erano identici. E il brutto voto, in ogni caso, lo prendeva chi aveva firmato il quaderno.

  • Dalla lista della spesa alla Divina Commedia

L’alfabeto italiano ha ventuno lettere. Sono le stesse con cui si scrive «latte, pane, detersivo per i piatti» e «Nel mezzo del cammin di nostra vita». Nessuno ha mai pensato che fosse uno spreco usarle per la lista della spesa, né che la lista della spesa togliesse qualcosa alla Commedia.

Per chi ha imparato a usarla, una giornata qualunque con l’intelligenza artificiale somiglia a questa: la mattina le chiede come si smacchia la cravatta dopo il cappuccino; a metà mattina le fa controllare una clausola di un contratto in inglese, che poi ricontrolla comunque; nel pomeriggio ragiona con lei per un piano industriale, e si fa fare le domande scomode che il consiglio di amministrazione non ha il coraggio di fare; la sera aiuta il figlio con la versione di latino, senza fargliela (la maestra, come abbiamo visto, se ne accorgerebbe).

Le stesse ventuno lettere

A un certo punto, poi, nessuno ci fa più caso. Nessuno dice «oggi ho utilizzato la scrittura». Chi sa leggere non si accorge di saper leggere; se ne accorge soltanto chi non sa farlo.

Il gruppo di famiglia

Chi è rimasto fuori dall’ultima alfabetizzazione, quella dello smartphone, lo sa bene. Pensate alla nonna che non ha mai voluto imparare WhatsApp. Non le è successo niente di terribile. Solo che le foto dei nipoti, l’orario del pranzo di Natale e la battuta che ha fatto ridere tutti passano da un posto dove lei non c’è.

È questo il rischio vero dell’analfabetismo, e riguarda il lavoro meno di quanto si creda.

  • Anche Platone aveva paura

Nel Fedro Platone racconta che il dio Theuth portò in dono la scrittura al re d’Egitto Thamus, presentandola come un rimedio per la memoria. Il re la respinse: gli uomini, disse, smetteranno di ricordare da sé, si affideranno a segni esterni e sembreranno sapienti senza esserlo[5].

Se al posto di «scrittura» mettete «intelligenza artificiale», lo trovate domattina sul giornale.

Il dettaglio più delizioso è che conosciamo i timori di Thamus perché Platone li ha messi per iscritto…

Ogni generazione ha avuto il suo Thamus. La stampa avrebbe svilito i libri, la calcolatrice avrebbe impedito ai ragazzi di imparare le tabelline, il navigatore ci avrebbe tolto il senso dell’orientamento. Su qualche punto avevano ragione: quanti di noi sanno ancora a memoria una poesia intera, o la strada per casa di un amico senza la vocina che annuncia «fra duecento metri, svoltare a destra»? Eppure nessuno, potendo scegliere, restituirebbe l’alfabeto.

  • La maestra è in prima con noi

Fra la scuola di allora e questa, però, c’è una differenza, una grande differenza. L’alfabeto di una volta stava fermo. Quello nuovo, ogni pochi mesi, si arricchisce di una lettera: ciò che si impara in primavera, in autunno è già un po’ diverso.

Ne discende una cosa curiosa e, a pensarci, consolante. In questa classe nessuno è in quinta. Siamo tutti in prima, compresi quelli che stanno alla cattedra: chi insegna l’intelligenza artificiale la sta imparando mentre la spiega, e perfino chi la costruisce ammette di non sapere fino in fondo come ragioni. I primi banchi sono ancora liberi.

E per chi ha qualche anno di scuola alle spalle c’è anche un vantaggio. All’intelligenza artificiale si parla scrivendo. Chi sa spiegare, argomentare, mettere in fila le idee, capire se un testo sta in piedi, parte avanti. Trent’anni di lettere ai clienti, di verbali, di relazioni e di contratti non sono stati tempo perso.

Erano l’asilo.

  • Non è mai troppo tardi

Dal novembre del 1960 al maggio del 1968, nell’ora che precedeva la cena, la televisione italiana trasmise una scuola. Un maestro, una lavagna fatta di grandi fogli di carta, un carboncino con cui disegnava una mela e, accanto, scriveva la parola «mela». Dall’altra parte dello schermo c’erano contadini, operai, casalinghe: adulti che a scuola non erano mai andati, o l’avevano lasciata troppo presto. Si calcola che quasi un milione e mezzo di loro abbia conseguito così la licenza elementare[6].

Il maestro si chiamava Alberto Manzi, e la trasmissione aveva un titolo che era già un programma: Non è mai troppo tardi.

Una scuola in televisione

C’eravamo anche mia sorella e io, a seguirlo: abbiamo imparato a leggere e a scrivere davanti a quella lavagna, prima ancora di varcare il portone della scuola. Il maestro Manzi parlava ai nonni e intanto, forse senza saperlo, alfabetizzava i nipoti.

Il suo messaggio stava tutto nel titolo: nessuno era troppo vecchio, troppo stanco o troppo occupato per imparare. Valeva nel 1960 per l’alfabeto di allora. Vale oggi per quello nuovo.

Per cominciare non servono grandi corsi. Basta un’asta al giorno, o un tondo fatto a patata se vi sentite Giotto: una domanda vera, su una cosa vera, anche piccola. La mail che non avete voglia di scrivere, il documento che non avete voglia di leggere, il dubbio che vi portate dietro da una settimana. E, quando capita, un collega più giovane seduto accanto: in questa classe il compagno di banco conta quanto la maestra.

La campanella è suonata.

Chi arriva in ritardo entri pure, senza bussare. Quest’anno la maestra fa finta di non vedere.

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Non esitate a contattarci per qualsiasi approfondimento.

Cordiali saluti,

Aldo Filippini

Compito svolto con l’aiuto del compagno di banco, un’intelligenza artificiale. Correzioni a matita rossa di Aldo Filippini; non c’erano errori da matita blu.

[1] Il carattere rosso non è un errore. Sono gli adattamenti che l’essere umano (Aldo) ha apportato all’IA (Anthropic). Le uniche modifiche apportate.

[2] Le tavolette provengono da Uruk, nell’attuale Iraq meridionale, e risalgono a circa il 3200 a.C.; resta incerto se «Kushim» indichi una persona, una carica o un’istituzione. Una sintesi accessibile: en.wikipedia.org/wiki/Kushim; sulle origini contabili della scrittura, The Metropolitan Museum of Art, «The Origins of Writing».

[3] «Totò, Peppino e la… malafemmina», regia di Camillo Mastrocinque, 1956.

[4] Mata v. Avianca, Inc., Tribunale federale del Distretto Sud di New York, provvedimento del 22 giugno 2023: sei precedenti inesistenti, generati con ChatGPT; sanzione di 5.000 dollari a carico degli avvocati e del loro studio. Il testo: caselaw.findlaw.com.

[5] Platone, «Fedro», 274c–275b.

[6] «Non è mai troppo tardi», Rai, dal 15 novembre 1960 al 10 maggio 1968, 484 puntate, condotte da Alberto Manzi. Il dato di quasi un milione e mezzo di adulti arrivati alla licenza elementare è quello comunemente riportato: it.wikipedia.org.

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